In questi giorni sono previste sul nostro territorio nuove proiezioni del documentario D’Istruzione Pubblica di Federico Greco e Mirko Melchiorre. Si tratta di un film che ha scatenato un grande interesse sia tra i lavoratori del mondo della scuola, sia tra le famiglie. Nonostante l’indubbio merito di aver posto la scuola al centro di una riflessione collettiva, si tratta di un prodotto molto discutibile, sia per la tesi di fondo, sia per l’incoerenza dei messaggi che vengono più o meno consapevolmente veicolati durante la proiezione.
La tesi di fondo è lineare: durante gli anni Sessanta e Settanta la convergenza tra spinte sociali dal basso, cambiamenti interni alle scuole e grandi riforme, crea le condizioni per una stagione di grande fermento democratico che attualizza finalmente il mandato della Costituzione antifascista. La scuola ha una direzione. A partire dagli anni Novanta, questa direzione viene prepotentemente cambiata ed entrano nella scuola istanze di mercato finalizzate a supportare gli interessi del capitale. La legge sull’Autonomia, l’abbandono dei Programmi e l’ingresso della pedagogica anglosassone nelle aule, altro non sono che grimaldelli del neoliberismo che ha tutto l’interesse a formare cittadini facilmente asservibili al mercato, concentrati sull’individuo piuttosto che sulla collettività e con strumenti culturali troppo fragili per avere una reale capacità critica. In questo quadro generale, che ha affascinato un’intera generazione di ingenui insegnanti, esistono delle isole di resistenza che provano a mantenere saldo il proprio mandato. Una di queste è la scuola in cui si ambienta il documentario, l’istituto comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino e il suo Dirigente Lorenzo Varaldo.
Questa ricostruzione lineare e le voci a suo sostegno appaiono come una lettura a tema che taglia ed esclude tutto ciò che potrebbe problematizzare o contraddire la tesi di fondo, partendo dall’Autonomia. Infatti, se è vero che l’autonomia scolastica ha portato anche notevoli problemi alle Istituzioni, sicuramente ha avuto anche molti lati positivi e ci sembra riduttivo vederla come il tassello iniziale di un progressivo attacco alla scuola. All’interno dell’istituzione, a tutti i livelli, dal Ministero, agli Uffici Scolastici Provinciali, nel IRRSAE e poi nell’INDIRE, fino alle singole scuole, esiste infatti una dialettica continua, difficilmente sintetizzabile, tra visioni diverse dell’istruzione e dell’educazione. Queste forze mettono continuamente in atto azioni, talvolta regressive, ma più spesso innovative, che portano a cambiamenti lenti, ma inesorabili del sistema. Il documentario evita di citare molti di questi aspetti, in modo tale che, eliminando le spinte progressiste, emerga una sola direzione, coerente, che porta verso il baratro dell’Istituzione.
Nel tentativo forzato di dare coerenza a questa ricostruzione si screditano quindi anche importanti passaggi normativi avvenuti dopo il 2000, frutto della dialettica sopra citata e del lavoro anche faticoso di tanti professionisti del settore e delle associazioni di categoria con MCE o CIDI, per fare degli esempi.
In primo luogo il film si scaglia contro il concetto di competenza, come se si trattasse di una concessione al mercato, e lo mette in contrasto con quello di conoscenza. Se è vero che la parola “competenza” deriva dal latino “cum petere” (peraltro con significato assai differente dal verbo competere di oggi) nel linguaggio attuale indica il possesso di conoscenze e abilità e la capacità di utilizzarle e combinarle in modo efficace, autonomo e originale nei diversi contesti reali della vita. Per dirlo con le parole del Parlamento Europeo sono quelle “di cui tutti hanno bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali, la cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione”. A noi pare che la loro definizione non sia stato un cedimento al sistema neoliberista, ma al contrario la sintesi di una riflessione politica generale a livello europeo e il frutto di questo grande sforzo collettivo. Ragionare per competenze obbliga ad uscire dallo stretto recinto della scuola: a interrogarsi su come gli alunni riusciranno davvero a vivere pienamente un’esistenza da cittadini e non da sudditi.
Il secondo esempio riguarda le Indicazioni Nazionali. Nel 2007 escono le prime Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’Infanzia e del primo ciclo di istruzione. Nel 2012 arriva la prima revisione, da parte di una commissione voluta dal ministro Profumo. Nel documentario si lascia intendere che questi documenti contengano solo vaghe linee guida che le scuole dell’Autonomia, in competizione le une con le altre, trasformeranno in programmi (mentre ai bei tempi della scuola nazionale c’erano i Programmi obbligatori). Niente di più falso. Le indicazioni hanno una parte prescrittiva, proprio come avevano i vecchi programmi. Lasciano alle scuole autonomia nel modo in cui raggiungere gli obiettivi, libertà peraltro di tutti gli insegnanti sancita dall’articolo 33 della Costituzione. Le Indicazioni Nazionali del 2012 sono un documento avanzato e progressista che si colloca abbondantemente più avanti rispetto alla realtà della scuola di quegli anni. È un faro che consente alla ricerca didattica di diffondersi, alle sperimentazioni di crescere, alla scuola innovativa di farsi largo. Non a caso la revisione attuale è largamente osteggiata dalle forze progressiste della scuola e bene accolta da quelle reazionarie: smantella un impianto didattico e pedagogico di grande importanza. Per il documentario tutto questo non esiste e per i registi, che dubitiamo abbiano letto il testo, le Indicazioni sono invece uno strumento del potere per imporre la visione neoliberista nella scuola.
Terzo grande assente dalla narrazione riguarda la normativa sui Bisogni Educativi Speciali. O meglio, essa viene liquidata con l’intervista ad un’insegnante che racconta la sua fatica, ma anche il successo finale ottenuto, nel suo percorso scolastico di dislessica non certificata. Il senso pare essere: meglio far soffrire chi è in difficoltà e forgiarlo nella sofferenza. Negli anni che vanno dal 2010 al 2013, invece, viene messa a punto la normativa sui Bisogni Educativi Speciali, vale a dire la messa a regime della critica dei ragazzi di Barbiana che si scagliavano contro la scuola classista dell’epoca con le parole “Non c’è niente di più ingiusto che far parti uguali tra disuguali”. Ora non si può più lasciare indietro qualcuno perché la sua famiglia ha un grave disagio sociale, oppure perché l’alunno ha un disturbo specifico o una disabilità. La scuola, al contrario, deve personalizzare, cioè mettersi al servizio di quel bambino o di quella bambina, studiando sistemi alternativi, compresi quelli dispensativi o compensativi, per poter garantire a chiunque il successo formativo. I registi sono davvero sicuri di poter inserire questa rivoluzione del punto di vista tra gli elementi di asservimento della scuola al neoliberismo?
Un quarto esempio riguarda la valutazione degli apprendimenti nella scuola primaria introdotta nel 2020 (purtroppo cancellata dall’attuale governo). Si tratta del lavoro serio e intelligente di una commissione estremamente competente che rivoluziona il concetto di valutazione. Non si valuta più il bambino o la bambina, e nemmeno le sue conoscenze, bensì il raggiungimento degli obiettivi didattici. Di fatto, è una valutazione al percorso messo in atto in classe. Ha funzionato per quell’alunno? Non ha funzionato? Come lo modifichiamo? Ancora una volta si tratta di un documento più avanzato rispetto alla realtà della scuola. Molti insegnanti lo osteggiano, cercano di ricondurlo al paradigma a loro conosciuto, quello dei voti. Ma tutto questo per il film non è mai esistito.
Lungi da voler essere esaustivi, citiamo però un altro enorme passo avanti verso la scuola democratica avvenuto a cavallo tra il 1998 e il 2012, completamente ignorato nel film: il progressivo inserimento nell’organico della scuola primaria di personale proveniente da un percorso di studi universitario dedicato: il corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria. Questo graduale processo ha contribuito ad aumentare in maniera vertiginosa le competenze in campo pedagogico e didattico degli/delle insegnanti di scuola primaria. Il progressivo svecchiamento della classe docente è stato infatti portato avanti da ragazze e ragazzi abituati ad avere a che fare con ricerche, osservazioni, sperimentazioni. Alcuni termini, come inclusione (che il documentario bolla come “seduttivo”, mentre secondo noi è una continua sfida educativa), programmazione, individualizzazione, competenze e moltissimi altri sono diventati concreti punti di riferimento. Pratiche didattiche prima di nicchia sono entrate dalla porta principale delle scuole e sono diventate normali e altre si sono inserite come novità assolute. Anche questo faceva parte del piano neoliberista per asservire la scuola? Noi non lo pensiamo. Si tratta invece di un enorme passo avanti per alzare la qualità generale del sistema di scuola pubblica, per lo meno nella primaria.
Insomma la tesi dichiarata secondo la quale sia iniziata, negli anni ’90, una stagione di attacco costante e coerente alla scuola pubblica orientata ad una maggiore aderenza al modello economico neoliberista fa acqua da tutte le parti. Non vogliamo certo negare che le forze che si oppongono ad un rinnovamento della scuola abbiano segnato i loro punti a favore. E nemmeno che ci sia un progressivo allontanamento della politica e dei cittadini dalla “cosa pubblica” e un avanzamento della mentalità per la quale il mercato sia l’unica soluzione di ogni male, mentre ne è spesso la causa. I tagli di bilancio della Gelmini vengono ricordati con rabbia. Il continuo rincorrersi di concorsi e graduatorie con regole sempre diverse, il precariato che continua ad esistere, la carenza di investimenti strutturali nell’edilizia scolastica da parte degli enti locali e dello Stato sono elementi sotto gli occhi di tutti contro i quali ci continueremo a battere. Ma mettere sullo stesso piano gli sfaceli reali con i risultati ottenuti in anni di lotte, dentro e fuori dalle Istituzioni, tutti i giorni nelle nostre classi e negli Organi Collegiali, ci pare svilente e offensivo.
La fallacia della tesi di fondo non è però l’elemento peggiore del documentario. O per lo meno non è l’elemento che lo rende pericoloso. Nel suo disorganico dipanarsi, tra siparietti di vita di classe, spezzoni di interviste ad esperti di vario tipo e al Dirigente Scolastico Varaldo, dalle cui labbra pare sgorgare la verità assoluta, emergono qui e lì tracce della scuola che gli autori ipotizzano essere desiderabile. Non si tratta di una visione unitaria, ma, appunto, di sprazzi incoerenti, lanciati tra le righe della narrazione. Proprio in questo modo implicito e poco trasparente risiede la pericolosità del film.
Ci collochiamo infatti in un contesto di grande difficoltà politica. La dialettica di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo, quella che trova di fronte idee e pratiche educative diverse e contrapposte, si trova in una posizione scomoda. Molti degli avanzamenti registrati negli ultimi decenni, alcuni dei quali abbiamo precedentemente citato, sono ora sotto attacco da parte di una corrente di intellettuali, di politici, di funzionari e anche, purtroppo, di insegnanti. Si tratta di un attacco che esiste da anni, ma che sotto questo governo sta purtroppo iniziando a ottenere dei risultati tangibili. Nella scuola primaria sono state abrogate le Indicazioni Nazionali del 2012, sostituite con un testo di gran lunga peggiorativo, è stata cancellata la normativa sulla valutazione degli obiettivi didattici e reintrodotta quella classista dei voti. L’obiettivo dichiarato è quello di smantellare la scuola democratica, universalista, per proporre un anacronistico ritorno alla scuola classista di un tempo. È un tentativo destinato a fallire, nel lungo tempo: il processo di maturazione della scuola l’ha resa resiliente. Tuttavia i colpi che saremo costretti a parare, i passi indietro che ci costringeranno a nuove lotte per ottenere nuovamente ciò che già avevamo raggiunto, ci mettono in una situazione di svantaggio.
In questo contesto politico vanno collocati gli elementi che fanno capolino nel documentario come pillole di un’ipotetica scuola da difendere. E quali sono? La lezione frontale viene rivalutata, perché no? Dopo anni impegnati a smontare questa pratica a favore di altre più inclusive e attive, eccola rispuntare dalla finestra. E poi facciamo attenzione al corsivo, a come si impugna la penna! Dell’inclusione abbiamo già detto: è solo una parola seduttiva! I testi sono troppo semplici per colpa nostra: pretendiamo troppo poco! Mettere al centro il bambino (con i suoi bisogni, con la sua identità) non va bene: mettiamoci l’insegnante! Viva la trasmissione delle conoscenze! Trasmettiamo quello che sappiamo: i bambini sono ignoranti e noi i magister! La disgrafia è un disturbo che si acquisisce perché non si insegna bene il corsivo!
Ad un certo punto gli autori se la prendono con due grandi pedagogisti: Rousseau e Dewey, alte figure, contestualizzate al loro tempo, di innovatori democratici. Li deridono pure, permettendosi di insinuare il dubbio che fossero anche loro, in qualche modo, coinvolti nel grande piano neoliberista che sta distruggendo la scuola pubblica. Per fortuna non citano Celestine Freinet: chissà che male ne avrebbero detto!
Insomma, accanto alla tesi principale, se ne inserisce un’altra, ad essa complementare e totalmente incoerente con le premesse: la scuola democratica era quella in cui si stava tutti zitti, si prendevano appunti per imparare le lezioni dell’insegnante, si scriveva in corsivo e si imparava l’ortografia entro la prima elementare. La scuola in cui si pretendeva. La scuola in cui l’insegnante era rispettato (e, aggiungiamo noi, temuto).
Sfugge ai registi che questa idea di scuola era proprio quella classista contro cui si sono scagliati i movimenti degli anni ‘60 e ‘70: la scuola in cui chi rimaneva indietro si abbandonava, la scuola in cui si veniva bocciati alle elementari, “l’ospedale che cura i sani e respinge i malati” per citare ancora i ragazzi di Barbiana. La scuola dei padroni, che una volta non si chiamavano neoliberisti.
Movimento di Cooperazione Educativa
gruppo territoriale di Pisa










